Entrare nell’albero
e precipitare nell’orrore fantastico
ultra dimensionale
Se possiedi occhi
che abbiano sguardo,
ed esiste almeno una torcia attaccata a un dove,
levala dal chiodo e prosegui
/ Altrimenti fallo con la fantasia di sempre /
Labirintici corridoi
sfilano gangli di stelle
respiri ti respirano spiccioli
nell’affanno compulsivo
della tirchia aria che scorri
C’è muffa a esalarsi
e insieme
ognuno di noi a vagare
smagliate retine,
avanzi nell’imperscrutabile,
smembrate membra ed odissee
lanciate nell’alto d’un cielo
che ti dona il dolore del sapere
Aprimi, ti prego aprimi!
Dimmi che esisti ed io ancora posseggo qualche atomo
senziente
Pare uno scroscio di monete
quel che odo.
Forse ridono, forse piangono
fiorini/ducati/sesterzi a ritroso dei cancelli
non ridotti a banconote
Ma fermarsi nel bruco è impossibile,
invano e lento cammina in fede di gelsi fruttiferi;
e questo vagare nottambulo con astrali pupille
è l’unica strada per resuscitare giorni
su colli di speranza,
per credere che le ombre si dimettano
dando il cambio all’aurora,
all’augurale bouquet nel dopo appena colto
/ C’è sete più forte della fame /
Il sangue cola
senza acqua da emettere
senza spirituale carne
dentro bottiglie dannate
dentro corpi a perdere …
… girando intorno a vortici di sabbia,
in cerca di semi inesistenti,
del senso della neve da un poggio senza neve
Noi che ci spargiamo in cenere _ nel Nulla oltre la Siepe _
© ore 8,36